Soprannome: Fawn (cerbiatto in inglese)
Età: 25 anni
Nazionalità: Corea del Sud
Nome reale: Attualmente sconosciuto
Occupazione: Sicario indipendente
Occhi: Grandi, nocciola, da cerbiatto, sguardo profondo, limpido, quasi ingenuo. L’unico dettaglio che suggerisce ciò che è stato perduto.
Capelli: Neri, con una frangia che spesso gli copre parte dello sguardo.
Fisico: Agile e asciutto, costruito per la velocità più che per la forza bruta.
Altezza: 1.80 m
Storia Personale (nota solo a pochi)
Un anno prima stava per morire, ma fu salvato da un sicario esperto. Quell’uomo lo prese sotto la sua ala, insegnandogli le regole invisibili del mestiere: come osservare, come muoversi, come colpire. Fawn tagliò i ponti con tutta la sua famiglia, con gli amici e le persone importanti, inizialmente il suo obiettivo era imparare a diventare più forte per proteggerli, poi si perse. Quando imparò tutto ciò che poté, scomparve. Non disse addio. Non lasciò nulla.
Profilo Instagram: https://www.instagram.com/kei_sarcasmking?igsh=aTV3b2I3aW16cnA3
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Estratti dal diario di Fawn
(scritti in corsivo, privi di date esatte, come se il tempo avesse smesso di avere senso)
Il maestro mi ha insegnato a sparire prima ancora di imparare a colpire. Diceva: “Vivi come un’ombra. Chi non lascia tracce, non muore mai.” Io ho fatto di meglio: ho cancellato me stesso.
Ogni volta che uccido, qualcosa si rompe di meno. I primi colpi tremavano. Adesso la mano è ferma. Non è sangue quello che mi sporca. È silenzio.
Mi manca qualcosa, ma non so cosa. Non ho niente, quindi forse mi manca il niente. Non voglio tornare. Non voglio nemmeno andare avanti. Mi limito a respirare e a colpire. Come un metronomo. O una bomba.
Oggi ho incrociato uno sguardo simile al mio. Un ragazzino, in metropolitana. Occhi nocciola, troppo grandi. Forse era fame. Forse era rabbia. Forse era me, un anno fa.
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Lettera mai spedita a una persona importante
(scritta su carta bianca, con calligrafia precisa, fredda solo in apparenza)
Non so nemmeno da dove iniziare. Forse non dovrei scrivere. Forse sto solo scavando una ferita che tu hai già chiuso. O forse sto cercando qualcosa che non ho più il diritto di chiedere.
È passato molto tempo. Non ti ho dimenticato. Non perché voglia ricordarti, ma perché ci sei rimasto incastrato, sotto la pelle, come il filo di una lama.
Mi chiedo spesso se mi odi. Se ti sei chiesto cosa mi è successo. Se hai pensato, anche solo una volta, che potessi essere ancora vivo. Che potessi essere ancora io.
Non lo sono più. Non del tutto.
Il ragazzo che rideva con te alle tre di notte, quello che scriveva canzoni, quello che si addormentava sulle tue spalle…è morto.
Un uomo lo ha ucciso un anno fa, sono stato io a chiedergli di farlo.
Adesso sono qualcos’altro. Più silenzio che voce. Più lama che carne.
Ma se da qualche parte ti resta un frammento di noi, usalo per ricordare che, almeno una volta, ho amato. Che almeno una volta, sono stato amato.
E che non ti ho mai dimenticato.
Non posso tornare, ma a volte chiudo gli occhi e torno da te lo stesso.
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